DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI PARTECIPANTI  AL CONGRESSO DELL'ASSOCIAZIONE NAZIONALE MAGISTRATI
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31
marzo
2000

Illustri Signori, gentili Signore!

1. Nell'accogliervi in occasione della celebrazione del vostro Giubileo, porgo a ciascuno di voi il mio cordiale benvenuto, esprimendo viva considerazione per l'alta funzione di cui siete investiti. Saluto, in particolare, il Presidente della vostra Associazione, il Dottor Mario Cicala, e lo ringrazio per le gentili parole che ha voluto rivolgermi a vostro nome.

Il Giubileo, celebrazione del bimillenario dell'ingresso di Cristo nella nostra storia, chiama in causa gli uomini del nostro tempo, interpellandone la responsabilità nell'adempimento dei compiti loro affidati. Poiché "tutte le attività umane ... devono venir purificate e rese perfette per mezzo della croce e della resurrezione di Cristo" (Gaudium et Spes, 37), all'ispirazione di quell'evento non possono sottrarsi i credenti non solo per quanto attiene la sfera privata del loro agire, ma anche per gli impegni che investono i loro rapporti pubblici.

2. Voi, per vocazione liberamente accettata, vi siete posti al servizio della giustizia, e per ciò stesso anche al servizio della pace. I latini amavano dire: "opus iustitiae pax". Non ci può essere pace fra gli uomini senza giustizia. Quest'opus iustitiae su cui si fonda la pace si svolge entro un preciso quadro etico-giuridico, ed è un cantiere sempre aperto. Infatti, anche là dove i diritti fondamentali dell'uomo, quelli inalienabili che nessun ordinamento può conculcare, sono codificati nelle leggi, resta sempre la possibilità di una loro più compiuta formulazione giuridica e, soprattutto, di una migliore attuazione effettiva nel contesto concreto della vita associata. La storia mostra quanto sia faticoso il cammino della civiltà giuridica sia a causa di lentezze culturali sia soprattutto a causa di resistenze morali, connesse col peccato dell'uomo, da cui scaturiscono insidie atte a turbare le regole ed a rendere precaria la pace. Basti pensare a tutte quelle iniziative di singoli e di gruppi organizzati che, non paghi di trasgredire la legge attentando alla vita ed ai beni altrui, si adoperano anche per ottenere modifiche dell'ordinamento in funzione dei propri interessi, al di là dei principi etici e della considerazione del bene comune. Ne viene minata alla radice anche la sicura e pacifica convivenza.
Una civiltà giuridica, uno stato di diritto, una democrazia degna di questo nome si qualificano dunque non solo per un'efficace strutturazione degli ordinamenti, ma soprattutto per il loro ancoraggio alle ragioni del bene comune e dei principi morali universali scritti da Dio nel cuore dell'uomo.

3. E' in questo quadro che acquista grande significato anche la distinzione dei poteri tipica dello stato democratico moderno, nel quale il potere giudiziario è posto accanto ai poteri legislativo ed esecutivo, con una sua funzione autonoma, costituzionalmente protetta. Il rapporto equilibrato tra i tre poteri, operanti ciascuno secondo le proprie specifiche competenze e responsabilità, senza che l'uno mai prevarichi sull'altro, è garanzia di un corretto svolgimento della vita democratica (cfr Lettera ai Vescovi italiani, 10 gennaio 1994, n. 7)
Compito della Magistratura è di rendere giustizia, dando attuazione piena ai diritti e ai doveri riconosciuti e di offrire tutela agli interessi protetti dalla legge nel quadro dei valori etici fondamentali, che in Italia, come normalmente avviene negli Stati democratici del nostro tempo, sono iscritti nella Costituzione e costituiscono la base civile e morale della convivenza organizzata.

4. Come vi è ben noto, la missione del giudice si esplica nell'impegno di disvelare, in rapporto al dettato della legge, la verità racchiusa nel caso concreto. In questa indagine il magistrato incontra l'"uomo", creatura di Dio, con la sua dignità di persona e con i suoi valori inalienabili, che né lo Stato, né le istituzioni, né il magistrato stesso possono intaccare ed ancor meno annullare.

[Archivio della Santa Sede]

 

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