_______________PARABOLE MEDIATICHE_____________

RELAZIONE
del prof. Zygmunt Bauman

Parlare insieme o morire insieme: dilemma di tutto il pianeta

Chi “fa il male”, infligge dolore e sofferenza o ordina agli altri di farlo, è stato in passato ed è ancora oggi generalmente esaminato e analizzato come “esecutore”. Si è dato per scontato che l’azione malvagia sia legata casualmente a caratteristiche “naturali” o “alimentate” di chi la commette o a situazioni parimenti peculiari, nelle quali gli eventuali criminali si trovano solo in parte, o addirittura affatto, per loro scelta.
Chi, pur non avendo causato alcun dolore né sofferenza con le proprie azioni, ma vedendo perpetrare il male o sapendo che si sta perpetrando o sta per essere commesso, non opponeva alcuna resistenza ad esso, veniva generalmente esaminato e analizzato come “spettatore”. Una parte integrante della definizione di “spettatore”, di fatto una delle sue principali caratteristiche, era il non essere fra i criminali. Il classico triangolo di ruoli interpretati nel corso di un’azione criminosa separa gli spettatori dagli attori non meno radicalmente che dalle vittime.
Tuttavia, esiste un’affinità fra “fare il male” e “non opporsi al male”. Ciò che collega questi due aspetti, secondo il vocabolario di Stanley Cohen,1 è la loro disperata negazione della colpa. La negazione rende il perpetrare il male e l’astenersi al reagire ad esso psicologicamente e sociologicamente possibili. La negazione è per entrambi uno strumento principale e una condizione indispensabile.
La “negazione” è la risposta a interrogativi angoscianti, “che cosa ne facciamo della nostra conoscenza del dolore degli altri e che cosa opera in noi questa conoscenza?”, gli interrogativi che sorgono quando “persone, organizzazioni, governi o intere società ricevono informazioni troppo inquietanti, minacciose o anomale per poter essere assorbite del tutto o apertamente riconosciute”. L’informazione viene, quindi, in qualche modo repressa, rinnegata, accantonata o reinterpretata.2
Esistono molte forme di negazione della colpa (o di pretesa di innocenza, che è la stessa cosa), ma gli argomenti a cui si ricorre sono straordinariamente simili. La negazione ha una struttura a due strati (mancanza di conoscenza e mancanza dell’opportunità di agire sulla conoscenza), che possono facilmente adattarsi a tutti gli argomenti più utilizzati. Privati dei loro abbellimenti, tutti gli argomenti rivelano l’uno o l’altro dei seguenti modelli: “Non sapevo” oppure “Non ho potuto fare nulla”. Il primo, una risposta diretta, non ponderata, per lo più estemporanea alla dissonanza cognitiva, è “Io non sapevo” (che alcuni soffrissero, che il dolore venisse inflitto loro da altri, che accadessero cose tanto orribili all’estremità della catena di azioni di cui la mia azione era solo uno dei tanti anelli). Se l’argomento dell’ignoranza perde credibilità, giunge in aiuto quello dell’impotenza (non avevo scelta, perché l’alternativa al non fare nulla era anch’essa orribile; inoltre, non sarebbe cambiato nulla qualunque cosa avessi o non avessi fatto – le circostanze non lasciavano scelta).

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