del  2 2001
Chiesa di San Giovanni in canale - Piacenza --- 15 dicembre 2002

          Segalini Mons. Eliseo    -   Vicario per i laici         

Omelia

«L’anima mia magnifica il Signore [47]e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, [48]perché ha guardato l’umiltà della sua serva. D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata» (Lc 1, 46-48).

Permettete m’introduca in questo momento di Celebrazione con le parole della Vergine Maria, mentre con gioia, con trepidazione e con riconoscenza faccio memoria della chiamata del Signore, cinquant’anni di sacerdozio.

«[16]Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi» (Gv 16, 16).

Mi servono queste parole, anche per dire un grazie a tutti e a ciascuno di voi che mi siete vicino a diverso titolo in questa Celebrazione.
Se faccio dei nomi – Resy - Fuci - Liceo - Azione Cattolica - S. Francesco - S. Paolo… – e adesso magari avrò dimenticato qualche nome, però ciascuno di voi sente una risonanza perché ci sono gruppi di persone, ci sono coppie, ci sono famiglie… Ma ho già potuto vedere, emozionandomi un po’, tanti volti. Credo di avere avuto un difetto nella mia vita, di legarmi ai volti, alle singole persone, aldilà e al didentro delle sigle e dei gruppi. Voglio assicurare ciascuno di voi che qui, per quello che sono capace, desidero veramente che ciascuno di voi sia su questo altare, in questa Santa Messa, secondo le vostre intenzioni.
Chiara da par suo, con un accento di femminilità e di tenerezza, che ho capito molto ho sentito molto e ho gustato molto, ha già detto tante cose in positivo. Quando si sente raccontare il positivo ci si augura sempre che sia tutto vero e tutto autentico quello che è stato detto.
Il nostro don Antonio, per la verità mons. Vicario Generale, mi ha fatto capire, a posteriori si dice, con il senno del poi, tante cose che non sapevo bene di aver messo giù così. Però da par suo ha detto una parola forte e bella, e lo ringrazio.
Nessuno dei due però ha detto dei miei limiti, delle mie omissioni, delle mie paure, del non sempre aver saputo osare, del non sempre aver saputo trovare il tempo per ciascuno di voi. Ne chiedo perdono al Signore e colgo questa occasione unica di chiederlo anche a voi. Forse mi giustifico un po’ pensando che davanti a Dio credo proprio di non aver mai voluto trascurare, far soffrire qualcuno… davvero, sinceramente… per amore di Dio ma anche per un’amicizia vera e sincera. Mi sta venendo in mente il testamento di Don Milani, “caro Francuccio… Non so se il Signore mi perdonerà, perché magari ho voluto più bene a voi che a Dio.”
Nella realtà il cammino fatto ci ha requisiti un po’ tutti e può essere che non siamo arrivati là dove potevamo, dove dovevamo arrivare.

Ma soprattutto non è stata detta una cosa che voglio dire io davanti a Dio, mentre ricordo questi cinquant’anni. Siete voi la ragione del fatto che mi trovo qui! Siete voi la ragione della mia fedeltà, della mia fede. Non solo perché senza di voi non avrei mai fatto il “Cástore”, con chi c’è venuto chiaramente… non lasciamoci prendere dai ricordi. Ma proprio perché attraverso la vostra corrispondenza, la vostra serietà e il vostro impegno mi avete costretto a cercare, a pregare, a crescere; a crescere con voi, sperando di potere almeno starvi vicino. Io sento molto questo, non vado a “disturbare i libri” per cercare le prove della mia fede; basta che guardi i volti, le vite, che ho davanti; che non si spiegherebbero se il Vangelo, se la grazia del Signore, se il cammino di fede non avesse dato queste meraviglie.
Allora, permettete, voi avete preparato tanto bene, grazie a don Cesare Ceruti di questa tua chiesa splendida, quando ci vengo dentro mi sento ancora tremare le gambe. Siete venuti numerosi per dire auguri a me. Però guardate che questa Santa Messa la celebro per voi, per ciascuno di voi, perché questo è “un momento di Dio” che regala a noi.

Ieri ho ricevuto un po’ di partecipazioni, ma una lettera di una che non può essere presente, e si giustifica, mi permetto di leggerla, così facciamo presente anche gli assenti. E a Lei proprio devo questa espressione, “momento di Dio” è questo; non “momento solo mio”, ma “momento nostro”; non responsabilità e gioia mia, ma responsabilità e gioia di tutti noi.

“Carissimo don Eliseo, fino all’ultimo ho sperato di potere arrivare all’appuntamento di domenica quindici per celebrare con te, e con “gli amici dell’anima questo momento di Dio”. Ma fisicamente non ci sarò. Sono lì però presentissima a rendere grazie a Dio per il dono della Sua chiamata e del tuo lungo e fruttuoso servizio alla Chiesa che mi ha dato la possibilità di appassionarmi ad essa sino a trovare la strada che mi ha portato a dire a Dio anche il mio sì.
In questi anni, ne sono passati più di venti da quando sono partita, il cuore si è sempre popolato, non tanto di ricordi o sentimenti, parole o pensieri, ma di persone, di amici, e tu fra loro. Perché legati dalla stessa esperienza di Dio hanno continuato a camminare, magari in versanti diversi, ma in “cordata”.
È così quotidiano il sentire la presenza di ciascuno in quel Sacramento vincolo di unità che ci uno anche se lontani dagli occhi, l’Eucaristia. Ed è proprio a lui, a Gesù Eucaristia, Dio in noi e fra noi, che ho chiesto per te e per gli “amici dell’anima” la grazia e il dono di una speciale ed intima unione con Lui.
Noi forse possiamo essere corona di quel Mistero-Sacramento che dopo cinquant’anni apre un'altra tappa.
A Maria custode dei nostri sì affido il tuo santo viaggio nella gioia di una nuova fraterna comunione”.
Barbara

Che dice bene che in questo momento noi siamo un po’ i rappresentanti di quella “cordata”, noi siamo con gli “amici dell’anima” a cui il Signore ha fatto tutte quelle cose di cui si è detto prima da parte di Chiara e di don Antonio.
Sono stato un povero strumento e mi sono giustificato dicendo che mi sono meravigliato che questo strumento abbia funzionato qualche volta, ma certamente è perché il mistero di Dio, la sua santa grazia, la Parola… le cose che sono state dette sono esattissime, ci hanno dato di stupirci della nostra vita, della nostra esperienza, del nostro cammino. Noi non abbiamo mai “abbassato le montagne”, noi abbiamo cercato insieme, abbiamo pregato insieme, abbiamo faticato insieme, non ci siamo mai rassegnati alla volgarità, all’appiattirsi sulla vita che passa e basta. Ci siamo incoraggiati persino nello studio, nella ricerca, nella fatica… Abbiamo “spinto fino a fondo l’acceleratore”. Se ne eravamo capaci abbiamo espresso, ciascuno con i doni che il Signore gli ha dato, la sua velocità, la sua vocazione, la sua realizzazione.

La mia commozione rivendendovi dopo tanti anni è grande, ma ringrazio Dio dell’“efficacia del seme gettato”; l’abbiamo coltivato insieme. Ma abbiamo allora insieme una responsabilità, lasciate che lo dica, perché insieme abbiamo scoperto: non si può vivere per vivere, ma bisogna davvero crearsi una gerarchia di valori e assumersi le proprie responsabilità; noi abbiamo la responsabilità di vedere che il cammino fatto è bello e giusto, che la fede è feconda, che l’amore di Dio è una realtà, che il Vangelo non è una utopia, che l’esperienza cristiana appaga bene.

Ed allora chiedo – a memoria di questa nostra Celebrazione e a ricordo di quel bel Vangelo che c’è – a ciascuno di noi di essere testimone, testimone di questa vita vissuta insieme. Testimone, dice il Vangelo: è «un uomo mandato da Dio» (Gv 1, 6). La prima testimonianza è il dono per favore della vostra bella umanità, perché la vita grida più forte delle parole. Testimone è colui, come Giovanni, che non sta solo a guardare e prima che parlare si mette a servire. Noi abbiamo imparato che dà senso alla nostra vita servire, fare qualche cosa per gli altri, primariamente certo attraverso il proprio lavoro, la propria professionalità, i propri doveri, ma anche trovando tempo e modo per servire.
Testimone, colui che ha visto dunque certifica, è però anche la voce che dice: “raddrizzate le strade, «preparate la strada al Signore» (Gv 1, 23).
I valori cristiani, noi abbiamo il dovere di testimoniarli perché vivendoli abbiamo visto che pagano. Ma per favore non fermiamoci qui, vi chiedo la testimonianza più personale.
Dice Giovanni: «In mezzo a voi c’è uno che voi non conoscete» (Gv 1, 26). “Io l’ho visto: Gesù Cristo!” (Gv 1, 34).
È stato Gesù Cristo che ci ha aiutati a camminare, a vivere, ad arrivare fino qui, a raggiustare certe situazioni, a ritrovare il coraggio, la forza, la vita della resurrezione! E noi dobbiamo trovare il coraggio di confidare la nostra fede vera in Gesù Cristo agli amici più cari, se vogliamo fare a loro un regalo. Non tutti hanno potuto fare l’esperienza che abbiamo fatto noi, non tutti hanno sulle spalle cinquant’anni di sacerdozio come il sottoscritto che vi parla.
Questi cari sacerdoti, alcuni sono giovanissimi, pimpanti e brillanti, li invidio perché hanno tutto il tempo per donarsi e per fare ciò che noi abbiamo tentato di fare.
Però chi ha sperimentato il sacerdozio, e ha speso il sacerdozio, ed è arrivato a dei convincimenti, non più imparaticci ma frutti dell’evidenza e dell’esperienza, specialmente dell’esperienza fatta insieme, specialmente dell’esperienza anche sulla vita degli altri, credo che debba trovare il tempo e il modo e il coraggio di dire: guarda, che Gesù Cristo ti salva, come ha salvato me, come ha salvato tanti miei amici e tante persone a cui voglio un mondo di bene.
Ebbene, insomma, bisogna che finisca…
Voglio chiedere a ciascuno di voi di considerare nella “cordata” anche tanti amici che con il passare degli anni -abbiamo vissuto anche degli anni non facili- ho un po’ perso per la strada, non nell’affetto, non nella preghiera, non nella stima, tanti alunni che peraltro erano i migliori… La contestazione, gli “anni settanta”… e non è stato facile…

Pensate che a me seriamente è stato detto: “Ma tu, perché spartisci con questa Chiesa? con questa religione che…? Sembri anche un prete intelligente, vieni con noi, pianta lì questo mestiere! Facciamo… aiutiamo veramente…”.
Gente in buona fede, gente che ha donato, gente che si è spesa, che si sta spendendo. Voglio sentirli spiritualmente in questo momento presenti nella nostra “cordata”, perché noi ci siamo sempre detti la battuta di don Milani e della sorella Elena: “Essere religiosi ed essere cristiani è una fortuna e non un obbligo. Mi può dispiacere per te se non hai “questa fortuna”, ma non che tu faccia delle scelte conformi alla tua coscienza.”
Noi ci siamo sempre educati alla libertà di coscienza e alla responsabilità personale, e abbiamo sempre distinto le persone dal loro pensare.

È fondativo però che, accanto a queste persone care, la “cordata” metta dentro anche alcuni che ci hanno già preceduto e che voglio ricordare.
Perché in questa chiesa tanti anni fa feci il primo funerale di un mio alunno, si chiamava Giorgio Castelli. Noi crediamo nella “comunione dei santi” nella “remissione dei peccati”, nella “resurrezione della carne”, nella “vita eterna”.
Penso a Giorgio Castelli, a Gianni Razzini, alla Luciana Bergonzi, a Pia Pozzoli, a don Bergamaschi, don Venturini, don Corbelletta.
Ma mi ricordo anche di mons. Malchiodi che mi ha mandato in mezzo a voi. E gli dicevo: “Ma insomma come devo fare?”. E lui: “Te lo diranno loro! Imparerai da loro”. Quanto era profeta questo Santo Vescovo.
Ma vorrei mettere vicino anche i vostri, i nostri comuni morti, perché in questi anni la vita forse ha strappato via; e qualcuno ci soffre ancora. Però questa nostra testimonianza comune che serve ai vivi, serve anche per riuscire a credere nella vita eterna. Il cammino della vita passa, e noi intendiamo “non rompere la cordata” perché il cammino che il Signore ci ha preparato ci aspetta.
Forse qualcuno di voi, anzi senza forse perché ho visto che ci sono, deve avere ancora in casa una medaglia d’oro che quando eravamo ai primi tempi della FUCI davamo a tutti i laureati freschi. E venne mi ricordo proprio il povero Mons. Malchiodi a darla: “Ai tuoi universitari, fai bene a tenerci perché hanno tante responsabilità. La cultura. Fortunato chi ha potuto studiare.”
C’era scritto «prendi il largo»: Duc in altum! (Lc 5, 4).

Sto meditando sulla spiritualità di Giovanni Battista il testimone che dice: “Io sono l’amico dello Sposo. Lui deve crescere, io devo diminuire” (Gv 3, 29-30). Cinquant’anni di sacerdozio vogliono dire tante cose, quindi occorre anche imparare a lasciare spazio, non dico a “tirare i remi in barca”, ma a prepararsi ad altre cose.
Voi siete, vedo, nel pieno della vita. Testimoniate con la vita. Testimoniate con il servizio. Testimoniate con i valori cristiani. Testimoniate Gesù Cristo. Il bello viene ancora. È indietro. Mi costa dire questa parola perché anch’io vorrei potere rimettermi in cammino e slargare le braccia, convocare tanti, tanti, tanti amici che ci sono in giro oggi… Ma il tempo è passato, a voi invece è donato di portare avanti. Il Signore compirà certamente l’opera iniziata. L’esperienza fatta non seppellitela. Passate parola.
Mi fermo qui perché fatico a non pensare a tante persone che sono disperse nelle nostre comunità parrocchiali. Qualche volta incontrandole mi sono chiesto: “Ma chi è quel Dio che vi aiuta ad essere così bravi? Come mai? Come fate?”. Cercate di passare parola, la fedeltà al Signore paga bene. Il cristianesimo è difficile ma è felice.

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